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distilleria
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Loosen the wire, your time has expired, the only word left is goodbye La canzone della mia partenza l’ho scelta, benché casualmente sia capitata nel posto vacante che attendevo di riempire a dovere. Era l’attimo in cui cercavo di sciogliere un corpulento mp3 in tanti piccoli cd da dodici pezzi l’uno. L’immenso disco, una volta inserito, faceva un rumore tale che sembrava sul serio dovesse decollare il computer, con me e la musica, nel cielo di un agosto tardivo come i tramonti di giugno. E’ diventata un’abitudine sicura, il suggello di uno spostamento, senza il quale non mi sembra d’andare davvero. Ci sono cose che solo a pensarle lievemente diverse scuotono, come i nomi propri e le canzoni che ormai hanno occupato quei luoghi nella memoria, e sono quelli - capito? - soltanto quelli, e non cambiano, almeno per una volta, rimangono nel tempo uguali a se stessi. Non li tradisco, li custodisco e non per rima e se una canzone è stata quell’istante da quell’istante non la caccio, neanche per un amore più grande che torna a riempire le stanze. Così è venuto il momento di The velocity of saul at the time of his conversion degli Okkervil River, che alla fine non è la sola anche se si è guadagnata il podio. Per l’intro e i lamenti di Didone adatti come la diavolina al fuoco. 29/08/2005 Ubique Nella filosofia medievale era una qualità di Dio la presenza in ogni luogo del creato: tutto in tutto lo spazio e tutto in qualsiasi parte dello spazio, contro tutto in tutto lo spazio occupato e parte in ciascuna parte di esso. C’è qualcosa di compresente anche qui e lontano da qui. Non parlo di quel tipo di ubiquità. Quella mi servirebbe questo fine settimana o quasi, tra Bologna, Riccione e Milano. Ma di quella in bilico tra ossessione e monomania o, a dirla meglio, di ciò che anni fa faceva intitolare l’album dei Santa Sangre ogni città avrà il tuo nome. Si potrebbe trattare semplicemente di quanto rimane impresso a più persone senza volerlo, così che queste per le vie del mondo se lo portino in giro. distillato da china |
18:40 | commenti (2) 28/08/2005 [metonimia#2] e puoi vedermi meglio allontanando e poi di che parliamo nel libro d'avventure saltiamo le parole e le figure. (P.-B.) distillato da china |
21:10 | commenti (1) 26/08/2005 Dopo Dopo Roma che avevo guardato ma non con questi occhi, le fronde lunghe degli alberi lungo i marciapiedi che costringono ad aggobbirsi, il refrigerio sotto l’ombra antica del Colosseo, il cielo intrappolato da un arco ai Fori Imperiali, l’odore delle strade che sanno di pioggia, via Etruria e la sua somiglianza a San Francisco, la Mondadori che aveva una sola copia di Tutto il teatro della Kane, le tre bottiglie di Lighea per la via che va al Gianicolo, una Trastevere splendida perché mi sembrava donna, i tavolini sulla punta dell’Isola Tiberina, via Urbino imbattuta per caso, la parmigiana di Dafne da leccarsi le dita, gli Stars a profusione, il tappeto ingrato di bottiglie al Circo Massimo, il cinema all’aperto in Piazza Vittorio, le strisce pedonali chilometriche senza semaforo, il profumo che si srotola dalle cucine mischiato a quello dei passanti, il rischio più volte corso d’essere investita e le mani a imprecare dai finestrini, l’angolo dei cani nei giardini di Piazza Re di Roma, l’ultimo libro di Stefano Benni letto a quattrocchi prima di dormire, i cannoli di Piazza Bologna, il locale gay in Via S. Giovanni in Laterano, la passeggiata notturna da Trastevere a casa e la frase di una poesia di Pessoa che fa perché per essere felici è necessario non saperlo? Dopo la sagra degli Antichi Sapori sotto Assisi, la polenta con le puntarelle, il Montefalco del 2001 e il Porto dell’89 offerto dal bretone Michel, il monte Subasio e i racconti sul Calendimaggio, Mattia che diceva che gli uomini sono come i telefonini, più avanzano in tecnologia più perdono affidabilità, la brioche alla nutella alle cinque e trentasei della mattina, gli occhi chiari di Norman, i discorsi a serrande abbassate sull’universalità semantica, Paolo Fresu, Piazza della Bastiglia, la credibilità della psicologia, i prodotti tipici umbri e l’amore che tutto non si può raccontare. distillato da china |
18:27 | commenti (3) 21/08/2005 Trittico, la fine Ho deciso che numero uno perderò tempo, numero due guarderò vecchie foto, numero tre ascolterò gli Stars. E’ come darsi una randellata sulla testa, lo so, soprattutto se Ageless beauty non mi lascia stare un secondo: we will always be a light, you can see it from the surface, see it, di seguito e reiterato. E’ come prendere la rincorsa, cadere e sbucciarsi le ginocchia: cruelty makes its holes. Ma va bene, va bene così. Perché oggi non ho voglia di scrivere e non lo so che ci sto a fare qui. Tra le foto, i fogli e gli annali sparsi, ce ne sono alcuni in bianco e nero, una casa a Bologna disabitata, una mensola con attaccato un bigliettino su cui c’è scritto Ricordati (la pillola), il trenino della Montagnola, i Dr Martens blu, pose sceme e tortini alle verdure. Ma adesso sono stanca, ho riposto tutti gli ammennicoli e la valigia è pronta. Solo un’ultima cosa: oceans won't freeze, so loosen your heart, underestimated, undefeated in this love. E basta. 20/08/2005 Borseggiare il passato Ho trovato una borsa in fondo all’armadio, mentre assecondavo la volontà di mia madre di fare una cernita della roba che hai smesso di mettere da anni, soprattutto gli anni novanta. Mi ero completamente dimenticata di averla, eppure di nuovo tra le mani è carina con quel suo colore cielo che si prepara alla pioggia. L’avevo comprata nel duemilatre, ricordo luogo, via e commessa. Al suo interno il mondo si è fermato all’estate di due anni fa. Questo è l’inventario e la riprova: fogli con la collocazione dei testi per la tesi, due ricevute di prestito interbibliotecario, rispettivamente di tre e di dieci euro, una locandina di Barchi Panem et circenses due tre agosto duemilatre, una di Urbino musica antica diciotto ventisette luglio duemilatre, un opuscolo su S Leo città d’arte, il programma di Territorio musicale quarta edizione, un A4 con da un lato la lista della spesa, dall’altro uno stralcio d’e-mail (E se ti dicessi che quel gatto era Capitino? Sì, proprio lui…natura infame! Sono le 16.28, e quando ti rivedrò non ti accorgerai che mi sono tagliata i capelli, perché saranno ricresciuti. Non faccio ironia, entro la prossima settimana vorrò rivederti, lo vorrai anche tu? Ti mando un bacio.), il menu del Caffè Sport Lambretta di Cesenatico specialità marinare e pesce d’asporto, un post-it con scritto domani ore 10.00. Che io sia nostalgica fino all’ossesso si sa e certo non è come riprendere l’ascolto di una cassetta lasciata nel portaoggetti della macchina da anni, partendo dallo stesso punto in cui si era fermata, però stasera la porterò e quando i Perturbazione canteranno con la voglia di bruciare quel che porto addosso solo perché lo indossavo quando mi hai costretto all’angolo, sarò contenta. Trittico, parte seconda E’ la volta di alcune canzoni sparse dei Neutral Milk Hotel, non c’è voluto tanto per capirlo. Basta scendere le scale, trovare gli scuroni ancora chiusi dalla notte precedente, scacciare il ricordo di un sogno che rimarrà tale, pura realizzazione di un desiderio naufrago che trova la sua ultima spiaggia sul tavolo della cucina, nello scottex vicino al caffè freddo, per l’esattezza. Le infradito provate dall’estate - è il venti agosto, è giusto che sia così - avanzano nella penombra al ritmo inconsapevole di Where you’ll find me now. Mi trovi proprio qui, tra il sonno che lotta contro il giorno, neanche fossi un metronotte, e la voglia di vedere un sole che non va ma viene. Non lascio in pace lo smalto trasparente sull’indice destro, mentre penso al movimento ripetitivo di falange su falange e m’incanto. Perché ora la musica vince sul testo, come in quella frase che dice cosa ne è stato di tutto ciò che non ho capito, quando il suono ha vinto sul significato? Io non so cosa ci sia dentro, magari c’è lo stesso contrasto tra la spensieratezza del pop dei Beulah e il suo messaggio sconsolato, oppure l’esatto contrario. Mi viene in mente la canzone demenziale composta dopo la terza lezione di chitarra. Era tutta in mi minore e re, e a dispetto di una cantilena afflitta e amareggiata, cuciva parole assurde e ridanciane. Ma qui c’è qualcosa di diverso, un lamento antico, una venatura di timbro e tono, un bemolle stanco, e proprio non ce la faccio a vederci cieli tersi e girasoli. Magari mi sbaglio. Magari siamo solo io e la penombra. Magari solo io. 18/08/2005 Trittico, parte prima In una canzone dalle tinte pop californiane come Popular mechanics for lovers (o come precisa il ritornello, for broken hearts) dei Beulah, si nascondono sottili tragedie quotidiane. Il sole è del meriggio. I cani stravaccano al suolo, nell’unico angolo riparato in cui la grondaia fa spazio a una lunula d’ombra. Preparo la sdraia per affondarmici. Nelle cuffie questa canzone raduna i frammenti del giorno, per di più celando sotto di sé la sua vera natura: un modo per essere altro. Incuriosita dal titolo che in una traduzione grossolana rimanda a un meccanico che ripara cuori rotti, e nella ricerca di una spiegazione più consona, trovo la risposta in un’intervista a Bill Swan. Scopro che Popular Mechanics è una rivista di automobili ed è caduta nel ritornello con l’idea di avere qualcosa di simile per l’uomo che cerca la donna dei sogni, una sorta di istruzioni per l’uso. La traduzione di cui sopra viene smentita, ma solo in parte. Leggendo il testo, poi, viene fuori il punto di vista di un disperato che tenta di distogliere le attenzioni dell’amata dal suo oggetto d’amore, cioè, glossando, di tirare l’acqua al proprio mulino: I know he knocks you off your feet you’re so bitter; you think he’s sweet well he’s wrong for you, I swear. E fin qui potrebbero essere solo le parole accorte di un amico a cui hai chiesto un consiglio, se la volpe non si svelasse prima di subito nei versi a seguire: Did you forget to read the script? there was never a role for him It was always you and me, just me. D’altronde: I know you never felt romance and we always lack suspense I can edit those parts out. Perché purtroppo: I never made you feel complete I would fall beneath your feet I would never bring you down, so down. Così si fa sempre più chiara la storia del mulino e dell’acqua: Just because he loves you too he would never take a bullet for you don’t believe a word he says he would never cut his heart out for you. E adesso ne ho anche le prove: I heard he wrote you a song but so what some guy wrote 69 and one just ain’t enough. Sul finire, le parole prima accorte, poi accorate, fermano la ruota: And there’s so sense in trying I know cuz I’ve been trying all the time to find something that would make you mine but all I ever find my love are clichés that don’t rhyme. Come a dire, la volpe rimane volpe e l’uva uva, ma almeno lo posso cantare. Let the fluency set it down there's an upside of down the moon is rolling 'round the world [In pieno stile traduzione dal greco o questa era l’eco rileggendo] La materia che non menziono soffre di due mali che solo insieme sono tali, ma che scissi e indipendenti consegnano il loro valore. Parlo della curiosità e della diffidenza, i due moti perpetui che ben figurano in un terreno franoso, ma che si addicono più o meno a tutto ciò che prende. Avendo quasi sempre la stessa forza, ma procedendo in senso contrario, spesso conducono all’immobilità. Sarà che sono quasi due anni che mi concentro sulla necessità del movimento e che, più che appassionata, lo provo sulla mia pelle. Mi stavo muovendo anche quando, tornando a casa zigzagando per la S. Gregorio, mi si è stampata davanti una luna grande e piena a breve. Forse, solo in quell’istante, ho raggiunto la consapevolezza dell’efficacia della luna come simbolo romantico e dell’importanza della geografia astronomica. Perché anche qualcosa di così fisso e lontano, che sembra rimanere inerte al cambiamento, adagiandosi quasi sullo stesso punto della coda dell’occhio e lievissimamente muovendosi non accanto, ma lontano e all’unisono col mio svoltare, si sposta. Così, partendo dall’abbraccio tra luna e romanticismo, passando per la sterzata di Marinetti, fino ai pensieri degli amanti che dicono seppur lontani, la luna è la stessa, e dei detrattori che inneggiano uccidiamo il chiaro di luna, c’è sempre qualcosa che muovendosi sfugge, qualcosa che in definitiva non so dare. Come quando, con le mani bagnate, prendo un pizzico di sale e muovendole sopra il sugo è più quello che rimane appiccicato alle dita che quello che cade. 15/08/2005 Posti Ieri notte sono andata a fare un giro in macchina da sola, un giro in macchina ho risposto a chi mi ha chiesto dove vai. La verità ha sbalordito, mi hanno pure dato della matta, al che ho domandato volete venire? La risposta la sapete. Ci sono posti da queste parti in cui non esiste l’illuminazione pubblica e sono i luoghi, ormai l’ho capito, dove i pensieri si svuotano meglio. Ti sembra di riempirli con gli abbaglianti al passaggio, di rischiarare buio e dubbio allo stesso tempo. distillato da china |
15:36 | commenti (3) Il mondo intero dentro ai ghirigori Ne Il giuoco delle perle di vetro di Hesse, a pagina 452 c’è un componimento appartenente alle poesie dello studente, che compare all’interno degli scritti postumi di Joseph Knecht. Vi s’immaginano le reazioni di un selvaggio o di un uomo della luna di fronte ad un foglio scritto. Quasi i segni parlanti, segni noti a ognuno, fossero il pertugio attraverso cui si spalanca un mondo ignoto, una serie di magiche visioni, al principio privi di cognizioni e marcatamente percorsi dai sensi: la A è un uomo e la B sembra una bestia dalla lingua e dagli occhi mobili, qui guardinghi, là mossi da passione. Pur non conoscendone il significato, ai segni viene attribuita una semantica del tutto autoriferita e per nulla convenzionale. Una semantica profusa da pareidolie: sono ombre di cornacchie sulla neve; e che spinge a trovare il mondo intero dentro ai ghirigori. 13/08/2005 E poi su Ieri alla Rocca Costanza dai torrioni scarpati del celebre Laurana, i sax di Federico Mondelci e della Italian Saxophone Orchestra hanno conquistato Pesaro. Di questa musica non m’intendo, ma poi alla fine che importa se già da George Gershwin gli occhi si appannavano, e le camicie variopinte dei musicisti assumevano le pennellate di un quadro impressionista. Te ne rendi conto al Louvre, di fronte alle ninfee di Monet, davanti alle quali, per goderne appieno, devi cercare la giusta distanza e sentire il ritorno dell’onda, più che la pagina della guida correlata. Qui la giusta distanza era quella tra le sedie in quindicesima fila e il palco. Non sentivo neanche le ballerine bruciare nella rivalsa di vista e udito, o possiamo dire nell’assorbimento compìto. Sì, perché in Song for Tony di Micheal Nyman, altro che appannaggio, lì grandinava proprio, ma senza il senso di distruzione del nubifragio dell’altro giorno. Tutta la sofferenza che vi è finita - lo diceva Mondelci stesso nel preambolo, che è nata di getto in un momento difficile - ha trovato un luogo dove potersi redimere nell’incanto, nel trasporto, nel rapimento dei presenti. Io lo considero un miracolo. Anche quando qualcosa di assolutamente estraneo come Four pictures from New York, dall’alba sognante alla notte di Broadway, ha un ascendente dagli effetti fisici - penso ai brividi e alla pelle d’oca. Un miracolo, tutti i castelli in aria suscitati dalla musica. Se fossero visibili s’innalzerebbero sulle teste e poi su, fino al cielo, insieme ai pensieri persi d’infinito. 11/08/2005 Senza Ero su un’altalena quando incautamente ho accennato in parole a un pensiero che sfarfallava da un po’. Parafrasando: quando sarò uno scalino sopra la gioia anch’io chiuderò questo blog. Mi si rispondeva con un augurio che quanto sperato si rivelasse presto nel silenzio di questo spazio, che di eloquenza forse a volte ha peccato, altre no. Non mi sono mai troppo prodigata, ma come tutte le cose che nascono incerte e a cui poca lena si dona e attenzione, anche questa non si fa pensare senza. Eppure un giorno distilleria se ne andrà non rammaricando, come finisce l’amore o come si abitua chi d’amore si consuma senza ricambio. distillato da china |
12:17 | commenti (1) 10/08/2005 Mi manca l’ebbrezza fugace che dà un bicchiere di vino a stomaco vuoto Non solo per citare l’abbacinante e fulgida frase, scudisciata tra una canzone dei Blonde Redhead e l’altra. [O forse era già periodo di Yo La Tengo?]. Anche per mantenere una promessa, accantonando la tendenza degli ultimi giorni al saccheggio di strofe, ché mi porterebbe sollecita allo scavo. Invece mi contraddico, spinta dall’adualismo dei momenti successivi al risveglio. Perché era un sogno adesivo, di quelli che rimangono incollati al caffè, mentre ci rifletti incantando i biscotti. Sai a cosa fa eco quella frase, nella mia memoria? A La malinconia di Umberto Saba, quella che come il verso dell’upupa intona: ma giovinezza, torbida ebbrezza, passa, passa l'amore. (…) Or quasi è dolorosa, ch'altro non spero. Quando non s'ama più, non si chiama lei la liberatrice; e nel dolore non fa più felice il suo pensiero. O a Fosca di Igino Ugo Tarchetti: credeva che questo avvenimento le avrebbe impedito di uscire, e ne sarei stato lieto, giacché avevo ricevuto in quel giorno una lettera da Clara, e mi sentiva l’anima tutta ripiena di lei. Avrei bensì desiderato di recarmi in quel giardino, ma avrei voluto andarvi solo; aveva bisogno di pensare, di ricordare, di fantasticare a mio talento. In quel momento la compagnia stessa di Clara mi sarebbe forse stata meno piacevole della sua memoria. Più volte a Milano aveva cercato qualche pretesto onde allontanarmi da lei, allo scopo di ritirarmi nella mia stanza e pensarci liberamente. L’amore ha spesso bisogno di ripiegarsi su se medesimo. Se anche possa sembrare bacucco, fuori luogo e a tratti nauseabondo nei rinvii scolastici, io ci ritrovo un suono corrente, ma non so se sia per la cassa di risonanza o per il suono stesso. Forse è stato il sogno a sciogliere il legame nascosto nell’associazione, non tanto il passaggio alla veglia. A conti fatti, avevo una frase, un ricordo e due eco, ma anche un frammento del sogno così vivido che non ce l'ha fatta a restare al proprio posto. Frammento uno: eravamo al concerto di Björk. Lui e lei sostavano davanti al palco, dandogli le spalle. Lui la stringeva alla vita, lei sorrideva. A un certo punto, ho iniziato a vedere attraverso il suo corpo [di lui o di lei?] e tra gli alberi venosi c’era un fiotto. Nessuno se ne accorgeva. distillato da china |
11:23 | commenti (2) 07/08/2005 I’m 26 and time is running out any day now I may find my faith to axe that door cause you’ve gone [Il 7 agosto 1794 il nuovo ministero federale del Tesoro di Alexander Hamilton impose il primo dazio ai distillatori. I coltivatori-distillatori della Pennsylvania dell’ovest risposero con violenza in quella che divenne nota come la Rivolta del Whiskey. Agenti federali delle tasse vennero assaliti ed uccisi dalle folle inferocite]. 06/08/2005 Said the spider to the fly Ho in testa da giorni il dialogo epico tra ragno e mosca dei Paper Chase. In particolare, come si conviene, l’intrusivo e amaro ritornello, dal suono che è catarsi della strofa, non se ne va neanche a colpi di Frequenze Disturbate (è una frequenza disturbata in sé, in fondo): good things die all the time, so God bless your heart, vengeance is mine."Kiss me like you mean goodbye" said the spider to the fly. All those times you thought that you were wrong, you were right. In effetti, posso averlo in testa da una settimana, con il massiccio corredo d’idee e movimenti strani all’addome; con la stessa nuance pur nei cambiamenti della luce, ma è bastato un niente a spostare il baricentro da quell’amalgama di rappresentazioni oniriche, ricordi mitigati, immagini di pura fantasia, alla vestita e cotta verità, servita su un piatto d’argento, servizio da dodici, tovaglia di lino. Allora ha ancora più senso il verso finale che, in un audace autoriferimento, mi fa il verso: all those times you thought that you were wrong you were right. Come a dire che i giochi di parole non hanno nessuna intenzione ludica. E anche se i Paper Chase dicono di aver scritto che le cose belle muoiono sempre, prima o poi, soltanto perché scrivere che anche le cose brutte hanno la stessa sorte poneva problemi di metrica, alla fine sono sempre le seconde ad avere la meglio. E’ una questione di soglia del dolore, credo, o d'ironia della sorte. Fatto sta che suonerebbero bene le parole del ragno alla mosca. Anche adesso. 04/08/2005 Traforo Un'ustione a dente di squalo sul braccio sinistro mi ha risvegliato un paio di ricordi strinati, sotto l’imbeccata della notizia della riapertura del Frejus. Lì vicino, in Val di Susa, ho trascorso tre estati, l’ultima è stata quella dei mondiali del novanta. La sera del mio compleanno c’era la californiana per dessert. Ricordo la delusione cocente materializzarsi sotto l’epiglottide, una volta arrivata la torta, alla vista della smorfia di F. di fronte a cotanta meraviglia. Bla, non mi piace. Io, stupida ragazzina, l’aveva presa proprio male, come se quella frase mi fosse stata rivolta in una sorta di rifiuto personale. Benché quella torta mi piacesse, ho iniziato a lambiccare dubbi. In fondo era una torta per adulti, la californiana. Niente a che fare coi tripudi di panna e cioccolato delle torte che fanno morire di acquolina i ragazzini. No, quella torta non mi piace, e sai che ti dico, non ne assaggio neanche un pezzo. Mentre mi dannavo sulle ragioni della scelta, maledicendo tutta la frutta del mondo, F. si è alzato ed è andato via. Non ha nemmeno aspettato che spegnessi le candeline, quel bruto. Mi si è stampata in viso una di quelle facce da Pierrot che a stento riescono a trattenere la burrasca. Lui, sicuramente, non se ne ricorderà. 03/08/2005 Mood swing giradischi Vorrei che fosse qui per ascoltare In the afternoon dei L’altra fresco d’acquisto. E invece quando serve lui non c’è. E’ rimasto in una Milano dalle saracinesche abbassate, che manca pur nell’assurdo, che manca, a volte, di amore malato. Vorrei che vedesse la copertina - dilatata come vuole la dimensione del trentatre giri - in cui figura la foto di un frammento di un campo di papaveri nello scatto di Joseph Costa. Forse non è una casualità, se proprio oggi pomeriggio ha fatto eco la rarità dei fiori rossi in Europa. Avevo tentato di comprarmi i cd precedenti Different Days, in occasione del concerto bolognese del quattordici luglio, ma alla mia richiesta in un inglese impacciato, Joseph Costa ha risposto che se li era dimenticati. Con movimenti gentili ha promesso che a ottobre tornerà in Italia e se li porterà con sé, appoggiando al contempo la mano destra sul petto. Si capiva che alludeva a Bologna, ma anche a qualcosa di più sommerso. Sotto quella mano c’era molto di più e dentro Italy s’affannava un origine o un amore perso. Anche a Milano? I hope so. Lo spero anch’io.
Colori The plan it wasn't much of a plan I just started walking I had enough of this old town I had nothing else to do Mentre i dEUS cantano questa canzone, i gradi scendono dieci scalini e l’ardesia - che non ho mai capito perché l’abbiano chiamata così, con quel nome ci vedrei meglio un rosso, un arancio, un amaranto - spennella i monti più lontani. Disabituata alle tonalità limacciose, ho pensato all’influenza della meteoropatia e all’importanza di tutti i colori dell’iride, soprattutto quando questi vengono a mancare. Della sindrome da scirocco ne parla
distillato da china |
17:33 | commenti (2) |
"I grabbed some stones from underneath and waited for you to speak to me"
(Dcfc) 02blog a day in the life analize apomorfina associazione di idee autorun banality bestiario blackhair blue blanket bolla brouhahaha daria das kleine chaos delay decay attack ele empty's room enofede enver fainberg flickrthief friends of mine garnant gecco icepick il postino indie imogene indiessolvenza inkiostro jeff buck l'ordine carmelitano la bellezza delle cose logantime lonox margopolis mazarine passengerseat polaroid smetto quando voglio subliminalpop tangerine toscanella tragedie greche whistlestopcafe *loading* |