distilleria

29/04/2005

Cinque minuti
Se dici qualcosa vuol dire che indugi. Qualcosa non è niente, ma se qualcosa è, è e basta non basta. E’ come dire che una cosa è ma non sai bene cosa o descrivere un atteggiamento complesso a chi non ha visto la scena. Qualcosa non va bene, non paga la mia urgenza, il termine stesso non la cosa. Insomma non mi basta intuirne l’esistenza, voglio la foggia: chi è, che faccia ha, se è ancora o se sarà. Io ti domando e tu rispondi. Segui i principi della logica, anche quello manicheo del terzo escluso. Bianco o nero. Sì o no, per carità forse non lo so. Per un attimo solo, voglio un sempre e un di sicuro. Ma se è solo qualcosa, non dirmi che c’è una sfumatura. Sfumatura tortura!

distillato da china | 15:05 | commenti



25/04/2005

Dispersa la noia del post precedente

Perché non accenni più alla musica e a ciò che dal mobile nero compensato, d’ebano immaginato, prorompe in custodie trasparenti dieci per dieci? Non dico recensioni, quelle lo so che non ti riescono, perché divaghi sempre, non ne hai la ratio, e sconfini. Però, che so, una via di mezzo. Diamine, non si capisce niente.

Ieri ero al Velvet a vedere Micah P. Hinson. Ho creduto di scansare le ragnatele del sabato sera, entrando nel silenzio e nel buio di una platea con imprevedibili posti a sedere. Posti a sedere al Velvet? Così recitava il sito del locale, ma finché non mi ci sono trovata sopra a gelare - erano panchine di lamiera, una sorta di barattolo ridimensionato - non potevo crederci. Lo spazio che poche ore prima, nei balli crepuscolari, aveva ospitato la canzone di Capossela - quella che fa guidate con prudenza - era diventato un salotto per pochi intimi. Ho dato del lavoro alla barista, ordinando un martini dry e una birra piccola. Non c’era neanche la fila in bagno e le bollicine di sapone sul lavandino sapevo chi le aveva lasciate prima di me. Apre Entrance. Più lo guardavo più qualcosa mi ricordava Devendra Banhart, fosse solo per barba e ricci. Ma di Micah cosa posso dire? Lui la barba non ce l’ha nemmeno tagliata e quella voce gli esce quasi fosse un oracolo che risponde alla domanda di cui sopra. Perché le parole si annodano e faccio sempre la fine del melodramma. Non riuscivo a capire come quel suono di telecaster potesse prendere le mosse da quelle mosse. Era come se qualcosa battesse fuori tempo. Qualcosa che di Micah parlava, come il dito che ha indicato la ragazza seduta a lato e verso cui furtivamente tendeva lo sguardo dietro consiglio di un pronome. Bello.

distillato da china | 14:41 | commenti (2)



24/04/2005

Volta

Il calendario ha sempre bisogno di una mano per voltar pagina. Un mese ci mette un istante a scivolare dietro il muro. Mi accorgo di fare troppi riferimenti al tempo, le parole si tingono di avverbi, le domande iniziano con ti ricordi quando e qui sto parlando di questo. In questo posto un anno dura trenta giorni al massimo, con una media di una giornata e mezzo al mese. Capita una volta e mezzo, anche in senso architettonico, perché i fotogrammi in successione, anche solo di un pesco, non suggerirebbero agli occhi un movimento stroboscopico, ma una lista di variazioni sul tema che allunga spazio e tempo. In breve, si tratta di un quadrato inscritto in una semicirconferenza. Si può persino scherzare con gli accenti di vòlte in volte. Caspita, la siepe è cresciuta di una spanna, hanno aperto una nuova pescheria, trasformato un crocevia in rotonda, abbellito i terrazzi, i rami dei peschi. Cosa direbbe Bergson di questo sguardo viziato che vede il tempo dalla cruna d’un ago? La volta e mezzo, se prima dà l’idea di rarità, poi raduna i giorni d’improvviso sotto l’arco che fa la mano. Un mese ci mette un istante a scivolare dietro il muro, l’ho già detto. Mi chiede cosa hai fatto nel frattempo, rispondo un mese un mese e mezzo.

distillato da china | 18:08 | commenti (4)


"I grabbed some stones from underneath and waited for you to speak to me" (Dcfc)


contagocce
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