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distilleria
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31/12/2004 [Per l'ultima volta] Dame la mano Dame la mano y danzaremos; dame la mano y me amarás. Como una sola flor seremos, como una flor, y nada más... El mismo verso cantaremos, al mismo paso bailarás. Como una espiga ondularemos, como una espiga, y nada más. Te llamas Rosa y yo Esperanza; pero tu nombre olvidarás, porque seremos una danza en la colina, y nada más... (A Tasso de Silveira, Gabriela Mistral) 30/12/2004 Buco E poi ci si ritrova intorno a un tavolo a scervellarsi su come trascorrere il Capodanno, quasi fosse una questione di Stato o l’estrema occasione per divertirsi, poi più nulla. Rigorosamente all’ultimo minuto, cercando di sviare gli sguardi indagatori che osino carpire la minima mossa all’occhio destro, quello che non mente. C’è chi si nasconde dietro un bicchiere di rosso che sa pure di tappo, chi intraprende un’arringa sulla convenienza di una cena casalinga, chi una perorazione sulla voglia che non ha di cucinare le lenticchie, chi come me sarebbe felice anche con una birra svampita e un pezzo di pizza bianca* al Buco di Piazza della Repubblica - giuro. Tuttavia tra gli intenti dinoccolati e divergenti come rami secchi che deviano dallo stesso ceppo, nasce un’idea magnifica. Astrusa e difficilmente attuabile, origina da un pensiero logicamente meditato, ma che poi prende sentieri remoti non battuti, e chi se ne importa: affittare un albergo in letargo davanti al mare, con le verande chiuse e gli sbarramenti alle porte. E aspettare. [*se assomiglia a una frase di Ciavarro in Sapore di mare, la citazione non era voluta] distillato da china |
11:13 | commenti (1) 29/12/2004 Gerle Avrei voluto scrivere di un ricordo balenato da chissà quale legaccio e di una gerla di fantasie che mi portavo sulla testa. Avrei usato frasi spezzate, congiunzioni, punti e virgole, descritto qualche frammento con una metafora delle mie, un paragone, un colore caldo. Ci avrei infilato un eppure e un quando, un’ipotetica e un’esclamazione, poi un intercalare che sospendesse la frase in un climax ascendente. Non so come sarebbe andata a finire; magari - anche senza strofinacci - me la sarei cavata con una lucida descrizione. Di quel giorno, in particolare, in cui finiva l’anno, quando mi sono addormentata in macchina con il telefono in mano. O dell’istante in cui ho deciso che The day Texas sank to the bottom of the sea mi avrebbe preparato il brodo di giuggiole. Forse perché sono giorni così adatti a Micah Paul Hinson, che la voce e i morsi di Fender Rodhes sono il mallo di una noce lasciato sul tavolo finita la cena, il tempo per scrivere queste due righe dove il disimpegno impera, ma anche, dannatamente, le mille giravolte della sera e tutti quei momenti oltre le rime. I still remember thinking how lovely it could be To hold for eternity or at least until we fell asleep. 26/12/2004 Voglio guardarti facendo rumore L’odore di caffè fa la sua parte tra le angolature di cielo aperto e la collina, reggendo il moccolo al mio sguardo appeso, per non dire incantato, di fronte a un movimento opposto all’occhio che guarda. Si muove da dentro e scaraventa fuori ciò che vi vede immerso. E allora non so quale fascio di luce mi porti la foto di un tardo pomeriggio d’estate, di prototipi estivi immaginati d’inverno e che poi la bella stagione trasforma in cristalli di neve - unici, mai uguali ai primi. Sarà Cesare Pavese, La bella estate e l’omonimo romanzo - il primo della trilogia -, l’arancio e il giallo della copertina Einaudi catturati in un quadrato, le frasi iniziali lise dalla lettura: Ai quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravamo ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline (…) perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria. Con le braccia colore aragosta, gli occhi leggermente schiariti dal sole e le melanzane turgide dell’orto, descriveva l’immagine della salute, quasi peccando di tracotanza nel somigliarle tanto. E si sforzava d’inseguire un senso estremo dell’amare: voglio che voglia quello che vuole. 20/12/2004 Poesia di Natale A quelli che gettano mozziconi accesi dal finestrino a quelli che rispondono male senza motivo a quelli che non rispondono a quelli che spingono a quelli che hanno scassinato entrambe le serrature della mia macchina per la terza volta, rompendole definitivamente. Per Natale fatemi un piacere. Andate a quel paese. distillato da china |
18:58 | commenti (2) 17/12/2004 Quando vuoi dire una cosa, ma dici quello che non vuoi dire. Quando prima di un esame all’università pensavi speriamo non mi chieda questo, ma poi alla domanda a piacere rispondevi questo Ho attraversato Milano in bici, da Romolo al Naviglio Grande fino a Corso Genova. Via Torino, Piazza Duomo, distillato da china |
12:25 | commenti (4) 14/12/2004 La volpe e il Vinho Verde Senza picchiettatura, e veloce come un alce, di tutto questo non rimane che un alone, anche da leggere in inglese - alone -, testimone stinto di un colore. Una macchia di vino, un vino portoghese, nella sua variante bianca: il Vinho Verde. Non è certo se il suo nome derivi dalla terra d’origine - 06/12/2004 Vite Ho sognato una vite che si stringeva sulla terra fino a sparire in profondità, in quella stessa profondità che mi fa dire che, se girassi su me stessa a braccia aperte, in tanti momenti le mie mani non toccherebbero niente. Ma non è un’immagine reale, assomiglia di più alle ingannevoli figure che si agitano sul fondo della caverna, nel mito di Platone. Perché con il vuoto e con il silenzio sono più facili le proiezioni, anche se l’uno e l’altro poche volte vogliono dire niente e niente da dire - e semmai proprio per questo c’è tanto da buttar fuori. Anche qui, parlando di ciò che cercano di dire, le parole si avviluppano volendolo imitare. Invece il senso sfugge e non sa dire perché da quell’immagine nasca tutto ‘sto casino. Allora giù, sottoterra pure loro. E da laggiù il cielo è un cerchio e l’immenso si è ritagliato uno spazio. Spazza via tutta l’ansia, quel contorno, ché ne conosci il diametro e il raggio. Ma se potessi - dico io - se potessi risalire. |
"I grabbed some stones from underneath and waited for you to speak to me"
(Dcfc) 02blog a day in the life analize apomorfina associazione di idee autorun banality bestiario blackhair blue blanket bolla brouhahaha daria das kleine chaos delay decay attack ele empty's room enofede enver fainberg flickrthief friends of mine garnant gecco icepick il postino indie imogene indiessolvenza inkiostro jeff buck l'ordine carmelitano la bellezza delle cose logantime lonox margopolis mazarine passengerseat polaroid smetto quando voglio subliminalpop tangerine toscanella tragedie greche whistlestopcafe *loading* |