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distilleria
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27/09/2004 Al mondo I veronesi non amano i muri che precedono il cortile su cui si affaccia il balcone di Giulietta. Dicono che da un po’ di tempo a questa parte la gente li sporca di bigliettini d’amore attaccati con il chewing-gum e che è un vero peccato. Eppure una settimana fa ho avuto i brividi a guardare quei collage di speranza, a indovinare le lingue, sbirciarne i nomi, i commiati e le attese, i cuori infranti e i sogni. C’era Claudio che amava Anna, Vincenzo che soffiava un mai più con Laura, Liebe, Cri + Cri, lettere fitte, cuoricini di carta - la più svariata, quella con cui pulire la bocca dopo il gelato o il caffè, quella gialla dei post-it, quella ritagliata ad hoc da un A4 Fabriano. Io ho usato l’immeritevole retro di uno scontrino e una gomma usata e già attaccata, ma c’è chi vi ha dedicato più di un passaggio frettoloso. C’era una lettera dalla grafia addomesticata, la cui devozione ammansiva i geroglifici amorosi sputati agli angoli di diario, perché quelli - tanto - non li legge nessuno. Lì aleggiava un’intenzione. Di dirlo bene, di dirlo al mondo, nell’affissione, nella cura a evitare sbaffi, scarabocchi e cancellature. Nessuna esitazione visibile al suo cospetto, a favore di un fraseggio sicuro a coprire l’invisibile trotto di brutte copie appallottolate perché brutte. Ma anche l’immediatezza di un passante che lasci affondare il desiderio sotteso a una moneta, il liq/cuore sui muri di un cortile, la dedizione che lo distilli, la mano che lo allunghi, sono tutti segni di speranza. E questo - Verona - mi rincuora. distillato da china |
18:50 | commenti (6) 19/09/2004 Pronta Home is where your heart comes from But what do you do when your heart's gone With everything you need? Me ne vado anch’io. Più o meno così Non c’è notte più buia di una notte di incendi. Un allarme si propaga con le strida degli uccelli notturni, ma più si allontana dalle mura più si perde tra i fruscii nel buio di sempre. Lo spazio si dilata nel silenzio sonoro della notte, in cui gli eventi sono punti di fragore improvviso che si accendono e si spengono: lo schianto d’un ramo che si spezza, una frana di sassi sotto il tuo passo di fuggiasco. Se isoli un rumore dall’altro, sembra che prorompa d’improvviso nettissimo; invece c’era anche prima, nascosto tra gli altri rumori. (Da Sotto il solo giaguaro, Italo Calvino) 18/09/2004 Filo di voce 15/09/2004 Maritime @ C.S. Leoncavallo [Ho capito solo adesso di non avere una mente fredda narrante, di averne una calda, come la tavola su cui si serva slow food. Non riesco a dirle meglio le cose, una volta lasciate agli interstizi dei giorni. Anche le ore a volte vogliono togliere la pentola dal fuoco, mentre i giorni, più propriamente, conservano in frigo. Con tutte le dovute eccezioni ed accezioni, è chiaro. E senza le accette, possibilmente. Venerdì sera era ancora un caldo vespro di città]. Arrivo in anticipo come ad ogni concerto che si rispetti. Certo non proprio come gli arrivi postprandiali dei tempi felici, in cui o non si aveva niente da fare o gli impegni rivelavano la loro fatuità di fronte alla straordinarietà dell’evento. L’anticipo resta comunque, anche in questo caso, un ingrato eufemismo. Lascio la macchina quasi davanti l’ingresso, un varco tra muri inzaccherati il più delle volte, ornati le poche restanti, di graffiti policromi e scritte cangianti. Rozze lusinghe a Megan Gale a parte. Entro. Non nascondo che sia passato, in qualche circuito neurale del sistema limbico, un paio di O mio Dio, in bilico tra stupore e voglia di raccontarlo a qualcuno. Perché io lì non c’ero mai stata, e per di più, non c’ero mai stata da sola. Fatta la prima ispezione lungo il viale di piantagioni non ben identificate, mi preoccupo dell’ora d’inizio della parata, sfilando sopra la breccia buia e sotto gli sguardi severi di Bob Marley e Che Guevara. Undici, undici e mezza. Il terzo O mio Dio, prima della chiosa finale. Di fronte alle tre ore e mezza d’attesa ho il vuoto, poche sigarette, un negroni sbagliato da dosare col contagocce e tanta memoria per battere l’uggia. Ma tra un Gianluca e l’altro riesco a conoscere qualcuno, impietosito dal mio angolino solitario, dalle olimpiadi dei cerchi di condensa del bicchiere girato su se stesso. Si apre il siparietto. C’è chi mi racconta la storia del Leoncavallo, le sue disavventure, chi mi fa da Cicerone lungo gli spazi adibiti a cucina, ristorante, libreria, bar giamaicano, il gigantesco stage interno, quello esterno laterale dove si esibiscono i Maritime, sotto abbondanti arabeschi di ragnatele. Tutto molto decadente e arrangiato, ma con punte di folclore che non esito ad apprezzare e che fanno sbocciare la già incipiente urgenza di condivisione. A mezzanotte cominciano i Fine before you came, poi gli Snailhouse anagramma dei Maritime, ultimi sul far dell’una e mezza. Mi appoggio al muro con la spalla sinistra, mentre le zanzare alleggeriscono le braccia sotto le luci al neon. Sono un ponte sul quale faccio la spola, aggrappandomi ora all’una ora all’altra canzone, quella dei marciapiedi estivi di Milano, quella delle strade di New York nell’East Village, quella dei treni d’andata e ritorno a casa. Il raffreddore del chitarrista, il cantante influenzato, l’acustica pessima, il gin tonic balordo, il prurito alle braccia - i pizzichi di chi vuol sapere se sogno o son desta. O mio Dio. distillato da china |
15:59 | commenti (3) 09/09/2004 You had time Mentre prendo la metropolitana, prima la gialla, poi la rossa fino a Porta Garibaldi e di qui il treno verso la Brianza, mi sorprendo a vagheggiare l’inverno, quando alle cinque è già notte e la nebbia arrotonda le luci dei lampioni. La chitarra è con il piano, dentro si dimenano immagini sbiadite. Penso, anche se sono fuori tempo massimo - e di tempo ne ho avuto - io vorrei anche solo per un attimo rivedere una cosa. Rivivere un minuto, l’evidenza della corsa dei secondi. Allora ci metterei tutto quello che ho imparato, che non potevo sapere prima di perderlo. Appunto, perderlo. Hai presente quella canzone di Ani DiFranco che dice the only one who really loves me is you? Ecco, non riesco a smettere di ascoltarla. Stavo parlando di questo, poche righe fa. E quel dialogo tra patrigno e figliastro undicenne in Love Actually? P: Ammetto di essere un po’ sollevato. F: Perché? P: Be’, perché pensavo che fosse qualcosa di peggio. F: Peggio della totale agonia di essere innamorati? P: No, hai ragione, è una totale agonia. Mi viene in mente una cosa. Quando l’acqua bolle è il momento di buttar giù la pasta, giusto? E se decidi di preferire gli spaghetti hai bisogno di una pentola leggermente più alta, giusto? Se non ce l’hai, puoi usare comunque quella bassa, ma devi aiutarti con la forchetta. Così mi sono sentita. Ma che stai dicendo? Sì, proprio come gli spaghetti dentro una pentola bassa. Piegati al naufragio. distillato da china |
12:38 | commenti (6) |
"I grabbed some stones from underneath and waited for you to speak to me"
(Dcfc) 02blog a day in the life analize apomorfina associazione di idee autorun banality bestiario blackhair blue blanket bolla brouhahaha daria das kleine chaos delay decay attack ele empty's room enofede enver fainberg flickrthief friends of mine garnant gecco icepick il postino indie imogene indiessolvenza inkiostro jeff buck l'ordine carmelitano la bellezza delle cose logantime lonox margopolis mazarine passengerseat polaroid smetto quando voglio subliminalpop tangerine toscanella tragedie greche whistlestopcafe *loading* |