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distilleria
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30/01/2004 Leucemia mieloideAlla memoria di Janet Frame, scomparsa ieri: D'ora in ora più selvatica. Lo so. Da tanti anni divorata, tagliata, ritagliata, i rami costretti a destra e a manca, mi slanciai, fiorendo minuti fiori bianchi: sopra gli steccati fisso in viso le persone. Mi guardano le api, mi ha preso in mano il vento. Forte e aspro è il mio gusto, rigogliose le mie fronde. Si acciglia la gente se vede che metto ancora una radice. (Janet Frame, Vivere nel Maniototo) 22/01/2004 Crudelia Una signora sulla quarantina, appariscente, pesantemente truccata, ciglia allungate dal rimmel, capelli cotonati tra paglia e platino, tacchi a spillo, scollatura vertiginosa, abito nero, corto, fondotinta insolente. Picchiettava lungo una corsia d’ospedale con ciò che l’alzava di dieci centimetri e i capelli ondeggiavano all’aria stantia di una corsia d’ospedale. So cosa m’abbia rimandato d’improvviso alla Carica dei 101. Niente camice, niente targhetta con il nome a presentarla, solo il suo richiamo nell’ora del mio appuntamento, da cui ho capito si trattasse di una psichiatra. Voce roca da fumatrice accanita: Prego, entri. La mia prima impressione, stranamente positiva - probabilmente perché ribaltava le aspettative e scherzava con l’immaginario, burlandosi di me - è stata completamente sovvertita da un atteggiamento altisonante, involgarito dal pregiudizio, abbruttito dal pensiero stridente che offendeva la sua figura professionale e che stonava con ciò che mi hanno insegnato, fino a quel momento, sull’apertura emotiva verso l’altro, sull’accoglienza gentile e lieta pur di fronte al più indisponente tra i volti. Sputava educatamente giudizi silenziosi e vili, quelli degli occhi e dei mugugni - ardite parole mai -, sulla mia carriera universitaria, senza sapere nulla di me, dell’impegno e di ciò che vi passi attraverso, ma basandosi su infondate, almeno di fronte ad ingiuste generalizzazioni, nomee di scadenza e leggerezza attribuite al mio ateneo, per cui io risultavo, fin da prima di aprire bocca, l’ultima ruota del carro. Tuttavia, non so perché, ha accettato la mia candidatura, assegnandomi al reparto maschile. Poi, uscendo, ho cercato di pensare al motivo per cui certe persone sentano l’incessante bisogno di sminuire, redarguire, spegnere gli entusiasmi, anteponendo alla persona oscuri a priori, solo in virtù di un potere presunto (più vicino alla presunzione che al presumere), o proiettando fuori la propria voragine. Io, però, non ci sono cascata. 20/01/2004 Penna blu Questa mattina ero a Pavia in cerca di un lavoro temporaneo, ma in realtà la mia vera spinta aveva le forme di uno zonzo ispiratore che varcasse le porte e le vie, il Lungo Ticino, Piazza Vittoria, Strada Nuova, il Ponte Coperto, senza una vaga idea del come e del perché, o forse andandoli a cercare, ma con disattenzione, pensando caparbiamente ad altro. Certo, avevo tra le mani il mio curriculum volutamente gonfiato, tre scontrini di signorina feticcio, un pacchetto di Pall Mall comprato a Urbino e mai finito, certo si vedeva che vagheggiavo un’intenzione. Un po’ disorientata dall’eco de Il codice dell’anima di James Hillman, dove ho ritrovato il senso della parola daimon e la dignità di ciò che chiamano psicologia, un po’ rallentata dal freddo e capricciosa come solo io so essere, ho casualmente – ma cos’è casuale, ormai? – alzato lo sguardo su Via Faruffini che mi suggeriva sfacciatamente qualcosa di preciso, di lontano e preciso. L’avevo annotato sull’agenda, un anno fa: Victoria Williams a Spazio Musica, in Via Faruffini, Pavia, 3 maggio 2003. Scritto a penna blu. 19/01/2004 “Ma le cose non cambiano mai, si spostano solo da un luogo ad un altro” Una via Ollearo senza uscita e un anticipo di un’ora e mezza, una confezione di mini-croissant al cioccolato e il rimbombo sotterraneo di un rullante. Vetrate gialle e gialli gli scoli, quadretti etnici arancioni e porpora. Da un lato una torta salata alle verdure, dall’altro un Negroni, in mezzo Marco Parente in giacca beige. Ero lì. Stento a riconoscere il percorso, quando, seduta in una delle sedie colorate dell’Auditorium Demetrio Stratos, sento le guance infuocarsi. Una fusione di suoni stridenti e peripezie jazz di fiati affusolati, armonica a bocca, trombone, sax. Ipnosi di dita tamburellanti e luci. Mi perdo in leggerezza, evaporo, raggiungo gli angoli alti della parete, cammino a testa ingiù sul soffitto, rotolo, sbando, cado sull’applauso. 14/01/2004 Arabeschi Qui a Milano il cielo ha un colore diverso, anche in mattine azzurre come quella di oggi. Notare in fondo all’orizzonte, dove si perde l’occhio, i buffi giri rosa di nuvole leggere, all’imbrunire, ti fa sentire più vicina di quanto non riesci ad ascoltare. Perché, quasi non ci credi, assomigliano a ieri e ai cirri di tanti anni fa, noi sull’autobus e il cielo fuori. E anche le strade bigie della notte sul Naviglio Grande, quello di Alda Merini, con i suoi angiporti e Venere in alto, sono l’ultima immagine prima di chiudere gli occhi. distillato da china |
19:18 | commenti (1) 10/01/2004 Una volta di più Finita l’ultima riga di Follia di Patrick McGrath, che ancora rigira affamata, in cerca di un punto che chiuda e non riapra a mille precisazioni. Avevo programmato di finirlo oggi, perché non ci stava nello scatolone dei libri da portar via. Tra pochi minuti farò una doccia alla vaniglia, chiuderò il pc e le valigie su cui dovrò salire, mangerò una zuppa con un’amica, sorseggiando la sera e contando di mezz’ora in mezz’ora. Come fa una feticista vera, che del tempo s’innamora, perdendo insieme tempo e amore. E capirò, una volta di più, che pensare una cosa prima di viverla, soprattutto per chi affondi le dita del miele senza assaggiare, non sia sempre buona norma. 09/01/2004 Da qui La superstizione delle scale secondo cui non si possa passarvi sotto, nasce dal fatto che il triangolo che esse formano incontrando la strada, simbolizzi la Trinità. L’ho letto ieri e da oggi passo sotto le scale senza tentennare. Se fosse sempre così facile sbriciolare ogni interdizione sacra rimandando all’origine, la psicoanalisi sarebbe da tempo diventata una scienza esatta. Un po’ come dire, vedi sopra o vai alla nota. I tabù resterebbero semplici modi di dire da riferire al passato. Com’era? La metafora freudiana dell’archeologo? O la ”carota” del geologo che studia la stratificazione della roccia? Sarà questa fitta rete di ricordi che, inesorabilmente, vedo affiorare attraverso frivoli e vanitosi passaggi, proprio nel momento dei saluti. Mi sento già così lontana che trasferirmi a centinaia di chilometri da qui è solo una frase che ripeto spesso a chi mi chiede “e adesso?”. Poi, appena lo scrivo, ci ripenso. distillato da china |
21:50 | commenti (4) 07/01/2004 E posso illudermi distillato da china |
13:01 | commenti (6) … Alcuni giorni fa un iraniano musulmano perde il controllo dell’auto e finisce fuori strada. Viene salvato da un pilastro che regge una Madonnina che, caduto per l’urto, ha evitato la china. L’iraniano musulmano porta ogni giorno un fiore alla Madonnina. 05/01/2004 The blower's daughter Come si fa? Come si fa a non scoppiare mentre si provano le cose che si provano quando le cose ti piacciono che quasi non lo sopporti, mentre svuoti l’armadio e Damien Rice canta: And so it is Just like you said it would be Life goes easy on me Most of the time And so it is The shorter story No love, no glory No hero in her sky I can't take my eyes off of you distillato da china |
16:38 | commenti (2) Dos Tre gabbiani piroettano sopra il mare al crepuscolo, con tutta quella luce arancione che scintilla e le lievi increspature del vento. Non lo sai cosa stai per sentire, e velato quell’angolo sgualcito di memoria, mi concede solo qualche secondo d’esitazione. Poi ci vuole poco perché tutto, improvvisamente, trovi senso. Entri in punta di piedi dentro i primi metri quadri di passato e scopri quello che ci avevi lasciato. Presa per mano dai “Mmm” dei Sentacruz nel loro dos, incontro la leggendaria Aloha. Mio padre l’aveva usata come colonna sonora di un filmino eseguito con una vecchia cinepresa, dimenticatoio di una vacanza in montagna. Dimenticatoio perché i filmini e le foto si sovrappongono ai ricordi e non rimangono che quei fotogrammi. Così quasi sembra di averli vissuti da dietro, in uno sdoppiamento schizoide. Dimentico il k-way blu e la piccozza che ricompravo ogni anno, perché si spuntava. E, precisamente, una passeggiata al tramonto. Non ci capivo niente di tramonti. Due canzoni dopo zampilla una Banana Boat che mi traghetta verso alcune immagini di Winona Ryder in Beetlejuice. Seguono pensieri sfilacciati. |
"I grabbed some stones from underneath and waited for you to speak to me"
(Dcfc) 02blog a day in the life analize apomorfina associazione di idee autorun banality bestiario blackhair blue blanket bolla brouhahaha daria das kleine chaos delay decay attack ele empty's room enofede enver fainberg flickrthief friends of mine garnant gecco icepick il postino indie imogene indiessolvenza inkiostro jeff buck l'ordine carmelitano la bellezza delle cose logantime lonox margopolis mazarine passengerseat polaroid smetto quando voglio subliminalpop tangerine toscanella tragedie greche whistlestopcafe *loading* |